Il 26enne arrestato per la tentata rapina era lo stesso che aveva affrontato la Polizia con un coltello: il problema dei “soliti noti”

MODICA – È la stessa persona. Il 26enne tunisino arrestato dalla Polizia dopo essersi introdotto in un’abitazione e avere tentato di rapinare una donna extracomunitaria è lo stesso giovane che appena pochi giorni prima era stato arrestato dopo essersi scagliato contro gli agenti brandendo un coltello.

L’ultimo arresto è stato convalidato e il giovane rimane in carcere.

Due episodi ravvicinati che vanno oltre la singola vicenda di cronaca e riportano al centro una questione che a Modica (ma non solo a Modica) emerge ormai con una certa frequenza: quella di un numero ristretto di soggetti già conosciuti dalle forze dell’ordine che, con comportamenti molesti, aggressivi o comunque problematici, finiscono ripetutamente al centro degli interventi di Polizia e Carabinieri.

Il 26enne, in particolare, era già noto agli investigatori. Prima la Polizia era intervenuta dopo la segnalazione di un uomo armato di coltello per le vie cittadine. Quando gli agenti lo avevano individuato, secondo la ricostruzione della Polizia, il giovane aveva opposto resistenza e aveva brandito contro di loro un coltello lungo complessivamente circa 24 centimetri.

Non solo. Nei suoi confronti risultava già emesso, nell’ottobre del 2025, un D.AC.UR., provvedimento del Questore adottato in considerazione della reiterazione di condotte ritenute pericolose e antisociali e che gli vietava di frequentare e stazionare in alcune vie del centro storico.

A distanza di pochissimo tempo, un nuovo e ancora più inquietante episodio. Il 26enne, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, si sarebbe arrampicato lungo una conduttura di scarico per raggiungere un’abitazione privata. Una volta dentro avrebbe raggiunto la camera da letto dove si trovava la proprietaria, intimandole di consegnargli il denaro.

La donna è riuscita a reagire, uscire dall’abitazione e dare l’allarme. Ancora una volta sono stati gli agenti del Commissariato di Modica a intervenire rapidamente, rintracciando il giovane nelle vicinanze e arrestandolo in flagranza. L’arresto è stato successivamente convalidato e il ventiseienne resta detenuto.

Il problema dei “soliti noti”

La vicenda apre però una riflessione più ampia.

Il punto non è dipingere Modica come una città insicura né generalizzare comportamenti che riguardano una parte estremamente limitata della popolazione. Al contrario, proprio la successione degli interventi racconta come spesso siano pochi soggetti, già conosciuti dalle forze dell’ordine, a richiedere ripetutamente attenzione e risorse.

Il 26enne sarebbe stato più volte segnalato anche nella zona di Modica Alta per atteggiamenti molesti e minacciosi. Un quadro che, se letto insieme agli ultimi episodi, pone inevitabilmente una domanda: cosa accade quando una persona già intercettata dal sistema continua a reiterare comportamenti pericolosi?

Le forze dell’ordine fanno la loro parte. Conoscono il territorio, conoscono i soggetti più problematici e, come dimostrano anche questi due episodi, intervengono. Nel caso della tentata rapina l’arrivo degli agenti del commissariato di Modica, retto dal vicequestore Lorenzo Cariola, ha consentito di individuare e arrestare rapidamente il presunto responsabile. Pochi giorni prima erano stati gli stessi agenti a fronteggiarlo mentre brandiva un coltello.

Ma l’attività di Polizia rappresenta soltanto un segmento di un sistema molto più complesso.

Arrestare non può essere l’unica risposta

Quando gli stessi nomi ritornano nelle cronache, il problema non può essere affrontato soltanto attraverso il continuo susseguirsi di interventi, denunce, arresti e provvedimenti. Esiste anche il tema della prevenzione della recidiva e dei percorsi che dovrebbero accompagnare chi manifesta ripetutamente condotte antisociali o violente.

Il carcere, quando disposto dall’autorità giudiziaria nei casi previsti dalla legge, può interrompere nell’immediato una sequenza di comportamenti pericolosi. Ma resta aperta la questione di ciò che accade dopo.

Servono strumenti di prevenzione, percorsi sociali e, quando necessari, sanitari e riabilitativi, insieme a un sistema capace di seguire concretamente le situazioni a maggiore rischio. Altrimenti si crea un circuito nel quale le forze dell’ordine intervengono, l’autorità giudiziaria assume le proprie decisioni secondo le norme e, dopo pochissimo tempo, gli stessi soggetti possono tornare nuovamente al centro delle cronache.

Non si tratta di invocare automatismi né di mettere in discussione le garanzie previste dall’ordinamento. Si tratta di interrogarsi sull’efficacia complessiva del sistema.

Perché dietro ogni nuovo episodio ci sono cittadini che subiscono paura e conseguenze concrete e ci sono poliziotti e carabinieri chiamati, ancora una volta, a intervenire sugli stessi soggetti.

Nel caso del 26enne, almeno per il momento, l’ultimo arresto è stato convalidato e il giovane rimane in carcere.

Ma i due episodi avvenuti a distanza di pochi giorni lasciano sul tavolo una domanda che va oltre questa singola storia: come si interrompe davvero il circuito dei “soliti noti”?

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