Sono trascorsi cinque anni da quando Ragusa ha dedicato una strada a Giuseppe Minardo, pittore e artista poliedrico nato a Ragusa Ibla nel 1916 e morto nel 1982.
Era il 6 ottobre 2021 quando l’amministrazione comunale intitolò al maestro l’ex via 505, strada compresa tra via Calipari e via Impastato, accogliendo la richiesta avanzata dalle figlie Anna, Katherina, Stefania e Olga Minardo e sostenuta da esponenti del mondo dell’arte, della cultura e del giornalismo.

A distanza di cinque anni, a ricordare Giuseppe Minardo è anche Luigi De Pascalis, scrittore e critico d’arte che conobbe personalmente il pittore e la sua famiglia nella Roma degli anni Sessanta.
L’incontro nella Roma degli artisti
«Ho conosciuto Giuseppe Minardo e la sua straordinaria famiglia attorno al 1965», racconta De Pascalis.
Aveva poco più di vent’anni ed era appena arrivato a Roma da Lecce. La Capitale viveva allora una stagione di grande fermento culturale, tra pittura, teatro, cinema e letteratura. Fu durante un vernissage che De Pascalis conobbe Vera Macht, pittrice e moglie di Giuseppe Minardo. Successivamente arrivò l’incontro con Beppe, come lo chiamavano gli amici.
De Pascalis ne ricorda un carattere non sempre semplice, dietro il quale, però, intravide presto una profonda sensibilità artistica.
E soprattutto ricorda il pittore al lavoro.
Minardo preparava la tela attraverso grandi campiture di colore e successivamente interveniva con pennellate energiche, quasi impetuose. Una pittura nella quale i colori accesi finivano per costruire immagini solide e riconoscibili.
«Dal vortice alla forma, dal colore apparentemente casuale alla composizione decisa», scrive De Pascalis ricordando l’amico.
I colori di Giuseppe Minardo
Il colore rappresentò uno degli elementi distintivi della pittura di Minardo. Rossi, verdi, gialli e soprattutto quel blu-verde ftalo particolarmente amato dall’artista.
Anche i soggetti raccontavano una precisa visione del mondo.
Mercati rionali, periferie romane, tralicci elettrici, automobili abbandonate e paesaggi urbani diventavano protagonisti delle sue tele. De Pascalis descrive quel mondo come vicino alle atmosfere pasoliniane, ma riscattato attraverso un cromatismo acceso e vitale.
I suoi quadri conquistarono rapidamente estimatori e collezionisti. Le esposizioni si susseguirono in diverse città italiane mentre Minardo frequentava la Roma artistica di via Margutta, del Caffè Greco e delle gallerie del centro, luoghi nei quali pittori, scrittori, critici e intellettuali si incontravano quotidianamente.
Da Ragusa Ibla a Roma
Alle spalle di quella carriera c’era una storia personale segnata sin dall’infanzia da grandi difficoltà.
Giuseppe Minardo nacque a Ragusa Ibla il 23 dicembre 1916, in via del Mercato al numero 48. Rimasto giovanissimo senza il padre Teresio, morto a soli 33 anni, conobbe molto presto le difficoltà economiche della famiglia.
Da bambino realizzava giocattoli in legno, tra cui cavallucci a dondolo, ricevendo in cambio generi alimentari. La poliomielite gli aveva inoltre lasciato problemi a una gamba.
Lasciata successivamente la Sicilia, si trasferì a Roma dove si diplomò all’Accademia di Belle Arti. Qui incontrò Vera Macht, la donna che sarebbe diventata sua moglie e con la quale avrebbe condiviso anche la passione per l’arte.
La guerra segnò profondamente la loro vita. Nel 1944 nacque il figlio Giovanni, morto a soli sei mesi durante la fuga dalla Prussia Orientale verso l’Italia.
Nonostante una vita trascorsa in gran parte lontano dalla Sicilia, il legame di Giuseppe Minardo con la propria terra rimase presente nella sua pittura. La luce e i colori siciliani continuarono a riaffiorare nelle sue opere.
Una strada per non dimenticarlo
Nel percorso che portò all’intitolazione della strada ebbe un ruolo anche la relazione di Benito Corradini, presidente dell’Accademia Internazionale La Sponda, che sottolineò il valore artistico e culturale di Minardo e la capacità delle sue opere di coinvolgere tanto l’osservatore quanto il critico d’arte.
Cinque anni dopo quella cerimonia, il nome di Giuseppe Minardo continua così a vivere anche nella toponomastica della sua città natale.
E Luigi De Pascalis conclude il suo omaggio con un pensiero che riporta idealmente l’artista da Roma alla sua Ragusa:
«Per quanto ne so, il mio amico Beppe è sempre stato attaccato alla sua città natale e sono certo che, ovunque si trovi adesso, sarebbe felice e orgoglioso di sapere che non è stato dimenticato e che da ben cinque anni c’è una strada che lo ricorda».

