SIRACUSA – Quando i diciassette agenti partiti da Ragusa hanno attraversato i cancelli del carcere di Cavadonna, martedì 1 settembre, hanno trovato una struttura nella quale le normali regole di sicurezza sembravano essersi improvvisamente dissolte.
Le porte delle celle erano aperte. I detenuti si muovevano liberamente all’interno delle sezioni. In alcuni casi, secondo la testimonianza raccolta, persone appartenenti a reparti diversi riuscivano persino a mischiarsi tra loro. Una circostanza che, per evidenti ragioni di sicurezza, non dovrebbe mai verificarsi.
A raccontare quelle ore è uno degli agenti intervenuti in soccorso dei colleghi siracusani. La sua identità resta riservata. Le sue parole restituiscono però l’immagine di un carcere arrivato a un punto di estrema fragilità.
«Quando siamo arrivati erano tutti aperti. I detenuti erano liberi di circolare nelle rispettive sezioni e addirittura di mischiarsi tra loro. La situazione era fuori controllo».
Cavadonna è una struttura enorme, articolata in più blocchi. Il Blocco 25 è composto da due piani destinati ai detenuti dell’Alta sicurezza. Il Blocco 50 si sviluppa su tre piani, anch’essi riservati all’Alta sicurezza. Il Blocco 20 ha quattro livelli: i primi tre ospitano detenuti comuni, mentre il quarto è destinato ai cosiddetti protetti. Il Blocco 10 comprende al piano terra il reparto di isolamento e altri due piani detentivi.
Martedì, secondo la ricostruzione della fonte, tutti questi reparti erano interessati dalla protesta.
Non una sola sezione, dunque, ma diversi blocchi contemporaneamente. Ognuno con le proprie rivendicazioni, le proprie tensioni e un numero insufficiente di uomini chiamati a mantenere l’ordine.
La protesta sarebbe nata per motivazioni differenti. In uno dei reparti di Alta sicurezza, alcuni detenuti avrebbero contestato il mancato arrivo di generi alimentari, in particolare salumi spediti dalle famiglie, che secondo quanto sarebbe stato loro comunicato avrebbero potuto ricevere a partire dal primo settembre.
In altri reparti le ragioni erano diverse. Il risultato, tuttavia, era lo stesso: il rifiuto di rientrare nelle celle e di consentire la chiusura delle sezioni.
Nel frattempo, gli agenti del turno mattutino, iniziato alle 8 e formalmente destinato a terminare alle 16, erano ancora all’interno dell’istituto molte ore dopo.
«Li abbiamo trovati ancora in servizio alle nove di sera. Alcuni non erano riusciti neppure ad avvisare i familiari. Sono stati trattenuti perché non c’era personale sufficiente per coprire il turno successivo».
Durante la giornata due appartenenti alla Polizia Penitenziaria sono rimasti feriti e hanno dovuto fare ricorso alle cure ospedaliere. La protesta ha interessato inizialmente una sezione di Alta sicurezza, per poi estendersi ad altri reparti, rendendo necessario l’arrivo di rinforzi da diversi istituti siciliani.
Da Ragusa sono partiti diciassette agenti, alcuni dei quali erano fuori servizio o in licenza. La mobilitazione sarebbe avvenuta su richiesta del comandante di reparto, il commissario capo Claudio Iacobelli.
La sproporzione tra personale disponibile e popolazione detenuta emerge con forza dal racconto dell’agente.
«Per garantire tutti i posti di servizio servirebbero almeno sedici unità. Quel pomeriggio, prima dell’arrivo dei rinforzi, ce n’erano soltanto cinque. Cinque agenti con circa settecento detenuti».
All’esterno del carcere erano presenti anche Polizia di Stato e Carabinieri, impiegati a presidio della struttura. All’interno è intervenuto personale specializzato in assetto antisommossa, con caschi, protezioni e manganelli.
La loro presenza avrebbe contribuito a cambiare immediatamente l’atteggiamento dei detenuti.
«Quando hanno visto arrivare il personale equipaggiato, hanno capito che la situazione sarebbe cambiata».
Prima dello scontro aperto si è scelta però la strada della trattativa. Gli agenti hanno cercato interlocutori tra i detenuti maggiormente ascoltati all’interno dei reparti, fissando un termine preciso: entro le 21 tutti avrebbero dovuto fare ritorno nelle celle.
Soltanto dopo il rientro sarebbe stato possibile effettuare la conta e verificare che ogni detenuto si trovasse nel reparto e nella cella assegnati.
Non è stato semplice.
Ci sono stati momenti di tensione, proteste, urla e qualche contatto fisico. Alla fine, anche grazie alla consistenza dei rinforzi arrivati da Ragusa e dagli altri istituti, le sezioni sono state progressivamente chiuse e la conta è stata completata.
La calma, però, secondo l’agente, era soltanto apparente.
«La normalità è stata ristabilita per quella sera. Ma nessuno poteva sapere cosa sarebbe accaduto il giorno dopo».
Quello di martedì non è stato infatti un episodio isolato. Il 28 agosto un’altra rivolta aveva portato alcuni detenuti sui tetti dell’istituto, da dove erano stati lanciati calcinacci e oggetti contro gli agenti. Undici poliziotti penitenziari erano rimasti feriti. Nei giorni precedenti si erano già registrati risse, aggressioni, rifiuti di rientrare nelle celle e occupazioni di interi reparti.
Il quadro è aggravato dal sovraffollamento. I dati riferiti al luglio 2026 indicavano 718 detenuti presenti a fronte di 545 posti regolamentari, con un tasso di occupazione superiore al 130 per cento. (SudPalermo)
A questo si aggiungono la carenza di personale, i turni prolungati, i richiami in servizio durante le giornate di riposo e la necessità sempre più frequente di chiedere rinforzi ad altri istituti.
Nel racconto della fonte emergono anche ulteriori criticità: la presenza di telefoni cellulari, la circolazione di sostanze stupefacenti e la difficoltà di controllare contemporaneamente tutti i piani dei diversi blocchi.
Sono informazioni che non risultano accompagnate, al momento, da comunicazioni ufficiali relative all’intervento di martedì, ma che descrivono la percezione quotidiana di chi lavora all’interno dell’istituto.
«Durante una delle ultime perquisizioni sono stati trovati decine di telefonini. Ma la sensazione è che ce ne siano ancora molti altri. Entra droga e controllare tutto, con così pochi uomini, diventa quasi impossibile».
Dietro le mura di Cavadonna non c’è soltanto una protesta dei detenuti. C’è un sistema che sembra reggersi sempre più spesso sulla disponibilità di agenti richiamati durante il riposo, costretti a prolungare i turni e inviati da una provincia all’altra per fronteggiare emergenze diventate ormai ricorrenti.
(foto generata con IA)

